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L'attuale configurazione degli assetti professionali nel settore delle politiche sociali non può essere agevolmente letta se non in serrata comparazione con la forma tipica che essa aveva assunto nel corso del Novecento, all'interno dello Stato sociale di diritto. Continuità e discontinuità rispetto agli assetti precedenti sono alla base tanto degli ordini discorsivi che hanno presieduto alla riorganizzazione della macchina dell'intervento sociale, tanto delle pratiche e delle rappresentazioni di senso comune elaborate da decisori politici, operatori e fruitori stessi dei servizi.

Nel secolo scorso, la riconfigurazione degli assetti produttivi nel segno della standardizzazione e dell'omogeneizzazione operata dal fordismo, aveva potuto specchiarsi nella politica di riconduzione di salari e redditi a classi omogenee e definite, capaci di uniformare consumi, stili di vita e ruoli sociali entro segmenti altrettanto stabili e riconoscibili, mentre la gestione delle inevitabili tensioni strutturali fra tali segmenti poteva essere tranquillamente affidata ad un modello giuridico avente il contratto a proprio fondamento simbolico: il principio organizzativo del lavoro si poneva a fondamento stesso della cittadinanza (Castel, Fourastié) e degli entitlements da essa derivanti (Marshall).

La fuoriuscita progressiva dal fordismo e dal Welfare, i cui primi, inequivocabili segni cominciano a essere ben evidenti a partire dagli anni Settanta, ha fatalmente condotto a una polverizzazione delle posizioni lavorative e dei ruoli a esse connessi, proprio mentre le nuove filosofie produttive si riverberavano in un approccio meno massificato al mercato e la crisi fiscale dello Stato sociale trascinava con sé l'insieme degli apparati di integrazione sociale e gli stessi luoghi della rappresentanza politica che avevano caratterizzato il Novecento.

Lacerti e frammenti enunciativi di una profonda critica alle strutture e ai fondamenti ideologici dello Stato sociale vengono via via addensandosi in tutta Europa a partire dagli anni Settanta, giungendo -negli Ottanta- a configurare un ordine discorsivo radicalmente nuovo. I suoi elementi cardine possono essere rintracciati agevolmente nell'intenso dibattito intorno agli sprechi e alle inefficienze organizzative del settore statale, alla bassa qualificazione professionale del suo personale, al riduzionismo e all'appiattimento generati dal Welfare universalistico etc.

Tali topiche hanno inciso profondamente tanto sulla discussione pubblica, quanto sul concreto riassetto della macchina dell'intervento sociale e delle professioni a esso collegate secondo dinamiche estremamente diversificate e complesse che possono, tuttavia, essere sostanzialmente ricondotte a due direttrici. La prima ha investito soprattutto l'estensione delle forme organizzative delle politiche sociali: il modello di lettura della crisi dello Stato sociale essenzialmente come “crisi fiscale” -tracciato originariamente da O'Connor e divenuto via via sempre più stringente grazie alla centralità conferita dalle istituzioni europee e dal Fondo Monetario Internazionale al principio della parità di bilancio- unitamente alla critica verso gli sprechi e le inefficienze ritenuti propri del sistema pubblico, ha condotto da un lato a una forte contrazione della base dell'intervento pubblico (ossia del plafond di risorse a esso destinate); dall'altra all'implementazione di discorsi e condotte fortemente orientati alla riorganizzazione e “modernizzazione” dei servizi secondo criteri di managerialità, efficienza, efficacia ed economicità, comportando anche un considerevole spostamento degli oneri dell'intervento sociale dallo Stato agli Enti Locali e dell'erogazione concreta dall'attore pubblico ad agenzie private o no-profit. La seconda direttrice appare più complessa e ha riguardato soprattutto la ridefinizione dei soggetti beneficiari delle politiche sociali e le tipologie di intervento da destinare loro. Il suo punto cardine risiede nella critica al proceduralismo astratto e omologante degli apparati del Welfare classico: il cittadino è descritto come in balia di procedure tipicamente discrezionali ed assolutamente incontrollabili; procedure, soprattutto, lontanissime tanto dai codici simbolici che dalla concretezza delle relazioni socio-economiche che l'evoluzione contemporanea della vita associata intensamente produce. Alle burocrazie di Welfare vengono, insomma, rimproverati non solo condizionamenti politici e alti tassi di deresponsabilizzazione individuale, oscurità di linguaggio e discrezionalità procedurale, ma anche una sostanziale autoreferenzialità e una totale sordità -in nome di una razionalità astratta e universalistica- alla comprensione di situazioni oggettive peculiari e complesse.

Di più, vi è la critica ai presupposti durkheimiani, normativi dello Stato sociale: nelle pratiche di integrazione del Welfare diviene possibile scorgere i tratti di un vero e proprio progetto di “normalizzazione” e depotenziamento del conflitto sociale (Lascoumes), mentre il cuore simbolico stesso del Welfare State -il principio di solidarietà- può giungere a essere percepito come un perfetto sinonimo di coesione sociale, ossia di ordine pubblico (Donzelot).

L'insieme di tali critiche ha condotto a una progressiva ritrazione dello Stato dal sociale o, meglio, allo spostamento dalle logiche dell'intervento a quelle della mera regolazione procedurale (Lascoumes - Le Bourhis). Per questa via -e attraverso il ricorso sempre più marcato a politiche di tipo negoziale- lo Stato si è progressivamente venuto identificando in una funzione che Donzelot e Estèbe avevano tempestivamente individuato in quella del "diseur de la règle", caratterizzata dalla ricerca costante di attori sociali da responsabilizzare direttamente, dei quali ci si limita a organizzare le relazioni piuttosto che tentare di modificarne gli squilibri di posizione. In altre parole, gli attuali assetti istituzionali -quelli che Rose definisce “liberali avanzati”- sembrano ritradurre il principio della solidarietà proprio dell'”assicurazione sociale” welfariana in quello della privatizzazione della gestione del rischio. Gli effetti di questo spostamento sulla vita dei singoli cittadini e sull'insieme delle relazioni che essi intrattengono fra loro sono molteplici e operano tanto sul piano materiale che su quello simbolico: i rischi connessi a lavoro, salute, previdenza, istruzione -un tempo socializzati- vengono affidati sempre di più alle capacità individuali di padroneggiarli, con un effetto evidente sulla moltiplicazione delle angosce soggettive e la produzione di panici morali e allarmi sicuritari (Bauman); a livello collettivo, se lo spazio di partecipazione negoziale che apparentemente si schiude per i cittadini all'interno di sfere, ambiti e settori dai quali il potere statuale si ritrae sembra ben lontano dall'induzione di un automatico empowerment (Rose), è certo che esso rafforza simbolicamente l'idea che la vita degli individui dipenda sostanzialmente “dai modi in cui essi forgiano se stessi come un certo tipo di soggetti” (Burchell). Le biografie di quanti sfuggono all'integrazione nelle nuove “procedure di implicazione contrattuale” (Donzelot) -quali migranti, lavoratori precari, marginali, tossicodipendenti, abitanti di quartieri “a rischio” etc.- possono in tal modo tornare a essere lette nella cifra dell'inadeguatezza personale o, peggio, della refrattarietà soggettiva al nuovo ordine produttivo e sociale.

Allo stesso modo in cui i nuovi criteri di economicità dei servizi hanno spinto verso una marcata privatizzazione e territorializzazione degli stessi, il principio di responsabilità ha sganciato definitivamente la questione sociale da quella del lavoro e dei salari, sostituendo la pratica dell'intervento diretto dello Stato con un ruolo di “animatore”, “negoziatore” e “facilitatore” di processi, modificando in profondità contenuti, identità e rappresentazioni delle professioni del sociale.

                                                                                                                                                                        Antonello Petrillo

 

In relazione a tale scenario, questa rivista offre spazio a ricerche teoriche ed empiriche che indagano:

- Contenuti, identità e rappresentazioni delle professioni del sociale all'interno delle società tardo-liberali.

- Ridefinizione degli spazi del “sociale”.

- Expertise e management.